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LA SCOZIA (Scotland)

     LA  SCOZIA

La Scozia è una delle quattro nazioni costitutive del Regno Unito. Anticamente chiamata Caledonia, occupa la porzione settentrionale della Gran Bretagna. Un tempo regno indipendente, dal 1707, con l'Atto di Unione entrò a far parte del Regno di Gran Bretagna, assieme all'Inghilterra. I regni di Scozia e Inghilterra erano peraltro già uniti dinasticamente dal 1603.

 

 Abito tradizionale: kilt

 Il kilt è un indumento maschile che consiste in un pezzo di stoffa arrotolato intorno alla vita (simile alla gonna femminile) ed allacciato. Anticamente il kilt era realizzato con un pezzo di stoffa lungo abbastanza da essere poi appoggiato sulla spalla (dopo essere stato arrotolato intorno alla vita). In realtà il kilt è stato inventato da Thomas Rawlinson, un eccentrico nobiluomo inglese dell'800, che, per una festa in maschera, si vestì in questo modo pittoresco, con quella gonna che ormai tutti pensano tanto "tradizionale": il gentile ed educato Rawlison voleva prendere in giro la schiatta scozzese, ma non sapeva invece di diventare propugnatore di una nouvelle vogue! È da specificare che la gonna, di per sè, è sempre stata un abbigliamento anche maschile, fino agli antichi romani. È invece grazie ai barbari del freddo Nord (e forse proprio a quei celti, i cui discendenti oggi tanto fieramente sfoggiano il kilt) che son stati inventati i calzoni, per l'ovvia loro necessità di adeguarsi alle rigide temperature dei propri paesi. Il kilt viene oggi associato all'indumento tradizionale delle Highlands scozzesi, dove viene realizzato in tartan ed è solitamente indossato insieme ad uno sporran, cioè una borsetta di cuoio utilizzata per trasportare denaro. Questo indumento, nel folklore comune, era ed è portato rigorosamente senza niente sotto, utilizzato tuttora come abito da cerimonia.

Il tartan è un particolare disegno dei tessuti in lana delle Highland scozzesi. Non si conosce l'inizio dell'uso di tessere la lana con questo disegno nelle Highland ma sicuramente è molto antico, simbolo di identità nazionale estremamente diffuso nel XVII e XVIII secolo. L’uso del tartan per indicare l'appartenenza a un clan particolare o ad alcune famiglie è relativamente moderno e risale al XIX secolo quando le Highlands vennero idealizzate dal romanticismo.

 

Il mostro di Loch Ness

 Loch Ness è un lago d'acqua dolce situato nelle Highlands scozzesi (in Scozia lago si dice Loch), a Sud-Ovest di Inverness. È un lago dalle acque profonde, si estende per circa quaranta miglia ed è il più largo specchio d'acqua di una valle conosciuta come Great Glen, che va da Inverness a Nord fino a Fort William nel Sud. Il Canale scozzese, che collega il mare all'altro capo del Great Glen, percorre il lago per una parte del suo percorso. Loch Ness è probabilmente più conosciuto per gli avvistamenti del mitico "Nessie", l'ipotetico mostro di Loch Ness, che per l'affascinante paesaggio. Le notizie di avvistamenti del mostro di Lochness o "Nessie" cominciarono a diffondersi nell'aprile del 1933, quando fu costruita una nuova strada sulla riva settentrionale del lago in Scozia (anche se il primo avvistamento risale al 1889). Una coppia del luogo, i signori Mickay, videro un'enorme creatura con due grosse gobbe nuotare nel lago. Altre due persone videro uno strano animale con una pecora in bocca attraversare la strada. Nonostante sia stato creato il Loch Ness Investigation Bureau (l'ufficio di ricerca sul mostro di Lochness), molti scienziati continuano a sostenere che il mostro di Lochness sia solo una fantasia.

Il whisky…una specialità scozzese: In Scozia si puo' far risalire la produzione del whisky a due tradizioni: quella legale e quella clandestina. La distillazione era gia' praticata nel 15mo secolo ed era, inizialmente, legata ai monaci: l'alcool, al quale venivano aggiunte spezie e erbe, veniva usato per scopi terapeutici. Era conosciuto come "uisge beatha" (in gaelico "acqua della vita", "aqua vitae") la pronuncia della prima parola, "uisge" e' ushka da cui verra' la parola inglese Whisky. I primi ad ottenere il diritto alla distillazione, a Edimburgo, furono... I BARBIERI!, la Corporazione dei Chirurghi barbieri (Guilf of Surgeon Barbers). Da quel momento l'uso dell'orzo per il whisky fu tale da farlo scarseggiare per l'uso alimentare. Con l'imposizione della prima tassa sul whisky, nel diciassettesimo secolo, le distillerie clandestine sorsero come funghi, specialmente in quei luoghi remoti e poco controllabili come le Highlands e le sue isole. Il grande boom della produzione di whisky si ebbe dopo l'"Excise act", la legge che stabiliva le tasse sulle licenze e che diede l'impulso ai distillatori clandestini a entrare nella legalita'. Le fasi di produzione si dividono in: maltazione, macinazione, fermentazione, distillazione, maturazione, gradazione.

Cornamusa

Le cornamuse dell'Europa Occidentale si distinguono in due tipi fondamentali: quelle ad aria calda (blown pipes) e quelle ad aria fredda (bellow pipes). Nelle prime l'otre viene alimentato per insufflaggio dell'aria attraverso un boccaglio (o blowing stick) direttamente da parte del suonatore, mentre nelle seconde il gonfiaggio avviene mediante un mantice assicurato mediante cinghie sotto il gomito destro del suonatore, azionato dal movimento del braccio. La più famosa delle cornamuse ad aria calda, quella descritta all'inizio dell'articolo, è quella scozzese, la Great Highland Bagpipe, tutt'oggi impiegata nelle pipe bands, che si distingue per la sua particolare sonorità. La principale cornamusa tra quelle ad aria fredda può essere considerata la Uilleann pipes (Irlanda), mentre in Scozia sono ancora alquanto diffuse diverse versioni di strumenti denominati border pipes derivate dalla Great Highland Bagpipe quali le small pipes e le kitchen pipes; tra le border pipes viene a volte annoverata la northumbrian pipe, che però risulta più simile, sia per struttura che per tecnica esecutiva, alla uilleann irlandese.

 

Sidhe

Il Sidhe (si pronuncia shee) è il regno ultraterreno del popolo fatato delle leggende celtiche. Si tratta di una felice immortalità. Significa "Pace" ma anche "collina fatata". Il Sidhe è anche l’oltretomba celtico, un mondo parallelo felice che può essere interpretato sia come mondo invisibile abitato dal Buon Popolo (folletti, fate, elfi, gnomi ecc..) o più semplicemente come l’immagine evocativa del mondo spirituale.

Sei nazioni celtiche

Per Sei Nazioni celtiche si intendono tutte quelle aree dove il gruppo etnico dominante è, appunto, quello celtico. Esse sono: l'Irlanda, la Scozia, il Galles, la Bretagna, la Cornovaglia e l'Isola di Man, ma bisognerebbe considerare anche la Cumbria, regione che si trova nel Nord-Ovest dell'Inghilterra, e le due regioni della Galizia e dell'Asturia appartenenti alla Spagna. Quando si affronta l'argomento del celtismo, si tocca un tasto delicato all'interno della complessa storia della Gran Bretagna e della Francia, poiché parte della popolazione di origine celtica, con notevoli differenze tanto per tipologia di richiesta quanto per appoggio popolare alle medesime, chiede la separazione dalla corona britannica (per quanto riguarda le popolazioni del Regno Unito) o dalla Francia, relativamente alla Bretagna. Queste sono le sei nazioni considerate celtiche dalla Celtic League e il Celtic Congress e da altre organizzazioni panceltiche. Ognuna delle sei può vantare una propria lingua celtica (è questo il criterio chiave della Celticità). Quattro di queste sei nazioni (Bretagna, Irlanda, Scozia, Galles) contengono aree dove è ancora molto usata una lingua celtica (in Galles, al censimento del 2001 il gallese è parlato dal 20% della popolazione). Generalmente queste aree si trovano nell'ovest del paese, sui monti o sulle isole, e a volte rivendicano di essere più "celtiche" delle aree orientali e delle grandi città.

 

"TUTTO" di Giulia Renna

                         TUTTO

di Giulia Renna

 
 
Non viviamo che di istanti
rubati ad un triste destino;
Eppure nella distanza
il mio amore si accresce,
Perchè tu sei
la Dolcezza e la Felicità,
la Libertà e la Bellezza,
Perchè tu sei Tutto.

 

 

Biografia di Giulia Renna

Nata a Napoli il 23 marzo del 1986, la giovane autrice manifesta già in tenera età una grande passione per la lettura che intorno ai 12 anni si trasforma nel proponimento di regalare ai lettori (o per lo meno provarci) delle emozioni aggiungendo le sue personali esperienze all’universo della letteratura. Il libro che fa da catalizzatore alla sua aspirazione "artistica" è "Jane Eyre" dell’autrice inglese Charlotte Brontë a cui si aggiungono successivamente altri capolavori della letteratura mondiale quali "Opinioni di un Clown" del tedesco Heinrich Böll e "Il piacere" di Gabriele D’Annunzio.

Il 23 marzo del 2004 la prima pubblicazione: un articolo sul giornale "Paese Mio" nelle edicole del giuglianese; da quel giorno inizia una lunga serie di pubblicazioni riguardo iniziative culturali promosse a Giugliano su diversi periodici del territorio. Ma sono anche gli anni del diploma e della passione per la musica che la porta a studiare pianoforte, un hobby abbandonato a malincuore per dedicarsi pienamente agli studi universitari. Si iscrive all’Università L’Orientale di Napoli dove studia tedesco, inglese (e successivamente francese) conseguendo la laurea in Mediazione Linguistica e Culturale l’8 novembre 2007 con una tesi in letteratura tedesca con il massimo dei voti.

Nell’aprile del 2007 arriva tra i finalisti di un concorso letterario e continua a dedicarsi alla sua passione per la scrittura, coltivata con modestia, così come si addice ad una persona con gusti semplici. Giulia Renna è attualmente iscritta all’Università L’Orientale di Napoli dove frequenta il corso di laurea specialistica in Germanistica.

L'anima perduta nella monnezza di Napoli (da "La Repubblica")

L'anima perduta nella monnezza di Napoli!

NIENTE è cambiato. Si è tentato - tardi, tardissimo - ma non si è risolto nulla. L'esercito, i volontari, la pazienza e le proteste. Ma tutto versa nello stesso stato di prima. O quasi. Il centro e le piazze vengono salvati, si cerca di non farli soffocare dai sacchetti. E nella scelta dei luoghi in cui raccoglierli emerge la differenza fra le zone e le città. Zone dove conviene pulire per evitare che turisti e telecamere arrivino facilmente, strade dove vivono professionisti e assessori. E invece altre dove la spazzatura può continuare ad accumularsi. Tanto lì la monnezza non va in prima pagina. I paesi divengono discariche di fatto. Tutta la provincia è un'ininterrotta distesa di sacchetti. E la rabbia aumenta. Spazzatura ai lati delle strade, o che si gonfia in collinette multicolori fuori dai portoni, dove sono apparse scritte come "non depositare qui sennò non si riesce più a bussare". Niente è cambiato se non l'attenzione. Dalla prima pagina alle cronache locali.
Lentamente tutto questo rischia di divenire abituale, ordinario: la solita monnezza, parte del folklore napoletano, quotidiana come lo scippo, il lungomare e la nostalgia per Maradona. E invece qui è tragedia. Spazzatura ovunque, discariche satolle, gonfie, marce. Camion stracolmi, in fila. Proteste. E poi dibattiti, indagini, dimissioni, e colpevoli, ecologisti, camorristi, politici, esperti. Maggioranze e opposizioni e cadute di governo. Ma la monnezza resiste a tutto. E continua ad aumentare. La spostano dal centro alla periferia, la spediscono fuori città, qualcosa fuori regione. Però non basta mai, perché quella si riforma, si accumula di nuovo. Tutti pronti a parlare, in un'orchestra che emette suoni talmente confusi da divenire indecifrabili come il silenzio.
Certo risulta difficile credere che se Roma, Firenze, Milano o Venezia si fossero trovate in una situazione simile avrebbero continuato a far marcire i sacchetti nelle loro piazze, a tenersi strade bordate di pannolini e bucce di banana, a lasciar invadere l'aria dall'odore putrescente degli scarti di pesce. Difficile immaginare che in una di queste città la notte girino camion che gettano calce sopra ai cumuli per evitare che le infezioni dilaghino e soprattutto che vengano incendiati. Il rinascimento napoletano finisce così, coperto di calce. Si sbandierava la rivincita della cultura, ma sotto il tappeto delle mostre, dei convegni e delle parole illuminate le contraddizioni erano pronte a esplodere. Non c'erano solo stuoli di progetti culturali e promozionali per il turismo. Negli ultimi cinque anni sono spuntati in un'area di meno di 15 km enormi centri commerciali. Prima il più grande del Sud Italia nel casertano, poi il più grande di tutt'Italia, poi il più grande d'Europa e da poco uno tra i più grandi al mondo: un'area complessiva di 200.000 mq, con 80 negozi di brand nazionali e internazionali, un ipermercato, 25 ristoranti e bar, una multisala cinematografica con 11 schermi e 2500 posti a sedere.

Ultimo arrivato, a Nola, il Vulcano Buono progettato da Renzo Piano che ha tratto spunto dall'icona napoletana per antonomasia: il Vesuvio. Una collina artificiale, un'escrescenza del suolo che segue le uniche e sinuose forme del vulcano. Alta 40 metri e con un diametro di oltre 170, un complesso di 150 mila metri quadri coperti e 450 mila in tutto. Si costruiscono centri commerciali come unico modo di far girare soldi. Quali soldi? Le stime dell'Istat segnalano che la Campania cresce meno del resto d'Italia. La regione è mortificata nei settori dell'agricoltura e dell'industria e incapace di compiere il salto di qualità nel comparto dei servizi.
E per quanto riguarda il valore aggiunto pro capite, se la media nazionale s'attesta a 21.806 euro per abitante, al Sud non supera quota 14.528. Keynes diceva che quando l'accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose non vadano bene. Riguardo il nostro paese bisognerebbe sostituire al termine casinò la parola centro commerciale. Così rimangono, tra queste cattedrali di luci e cemento, gli interrogativi di sempre. Perché a Napoli c'è tutta questa spazzatura? Come è possibile quando cose del genere non accadono a Città del Messico e nemmeno a Calcutta o a Giakarta? È incomprensibile. Bisogna quindi essere didascalici. Perché le discariche napoletane sono piene? Semplice. Sono state usate male, malissimo. Sversandoci dentro di tutto, senza controllo.
Chi gestiva le discariche non rispettava i limiti, né le regole riguardo alle tipologie. Somiglianti più a buche fatte male che a strutture per lo sversamento, le discariche si riempivano di percolato divenendo laghi ricolmi di un frullato di schifezze, fogne a cielo a aperto. E così si sono riempite presto, e non solo di rifiuti urbani. Scavare crateri enormi, portare giù il camion e poi, uscito il conducente, saldare le porte del tir e sotterrare: era un classico. Un modo per non toccare i rifiuti nemmeno con un dito. Il tutto dava un guadagno talmente alto da poter sacrificare, intombandoli, interi tir. A Pianura, racconta la gente, c'è persino una carcassa di balena, e a Parete pacchi e pacchi di vecchie lire.

Ma perché i cittadini si ribellano alla riapertura delle discariche? Perché sembrano così folli da preferire i sacchetti che da circa due mesi hanno davanti a casa? Perché temono che insieme a quelli che dovrebbero essere solo rifiuti solidi urbani invece arrivino anche i veleni. Eppure ricevono le massime garanzie che la loro situazione non peggiorerà. Ma da chi le ricevono? Da coloro di cui non si fidano più. Da coloro che hanno sempre appaltato lo smaltimento a ditte colluse, a uomini imposti dai clan di camorra. E chi deciderà quindi davvero la sorte dei rifiuti? Come sempre i clan.
A loro non ci si può ribellare. Ma siccome allo Stato invece sì, spesso contando su una buona dose di pazienza dei reparti antisommossa, si fa ostruzione alle sue decisioni perché non accada poi che si inneschino i consueti accordi. Si preferisce rinunciare persino agli aiuti economici destinati a chi vive nei pressi della discarica, piuttosto che correre il rischio di finire marci di cancro per qualche sostanza intombata di nascosto. Certo, tra i manifestanti ci sono anche i ragazzotti dei clan pagati 100 euro al giorno per far chiasso, bloccare strade, saper lanciare porfido e caricare. Ma loro rendono soltanto esasperate paure che invece sobbollono in tutti. E le rendono isteriche perché più spazzatura ci sarà, meno controlli ci saranno per le ditte pagate per raccoglierla e più l'uso dei macchinari in mano ai clan sarà abbondante.
E più le discariche saranno bloccate, meglio si potranno infiltrare camion colmi di rifiuti speciali da nascondere mentre quelli bloccati fuori fanno da copertura. E i consorzi e la politica? I consorzi che gestivano i rifiuti lo facevano per conto di imprenditori e boss, mentre la responsabilità della politica locale e nazionale stava nella solita logica di non affidare posti a chi aveva competenze tecniche, bensì ai soliti personaggi con il solo requisito di essere in quota ai partiti. Quanti posti di lavoro distribuiti in periodi preelettorali, in strutture dove la raccolta dei rifiuti o la differenziata rappresentavano puramente un alibi. Perché non si è fatto nulla? Perché l'emergenza fa arrivare soldi a tutti. E quindi di emergenza si vive.
Finita l'emergenza, finiti i soldi. Bisognava forse ribellarsi anche nei giorni in cui i clan prendevano terre. E il termovalorizzatore di Acerra su cui tanto si discute, che per anni non è stato costruito e ora lentamente sta per realizzarsi? Quel genere di impianto non è dannoso, dichiarano gli oncologi, al centro di Vienna uno simile è persino divenuto un palazzo prestigioso. Certo. Ma in un territorio dove l'indice di mortalità per cancro svetta al 38.4%, chi rassicura la gente che negli impianti verrà bruciato solo quel che si deve? Quale politica saprà mantenere la promessa di massimo controllo in una terra che è stata definita la Cernobyl d'Italia? Il centrosinistra ha creduto di essere immune dalle infiltrazioni camorristiche perché la questione camorra riguardava l'altra parte. Ma non era così. Le porte dei circoli della sinistra si sono aperte ai clan mai come in questi ultimi anni.

E il crimine è stato percepito come un male naturale, fisiologico. La politica ha continuato a presentarsi sempre più come qualcosa di indistinto con l'affare e il crimine. Destra e sinistra uguali, basta mangiare. Il qualunquismo italiano forse non è mai stato così sostenuto dall'esperienza. E oggi occupano, bloccano, non collaborano perché non si fidano più di nessuno. Non c'è altro da dire e da fare. Togliere, togliere la monnezza subito. Non si può più aspettare. Togliere e poi capire chi ha ridotto così questa terra e accorgersi che i meccanismi che qui hanno portato allo scempio totale sono gli stessi che governano in modo meno mostruosamente suicida l'intero paese. In questi giorni mi è venuta in mente una scena di un racconto di Salamov, forse il più grande narratore dell'aberrazione del potere totalitario. Quando i soldati sovietici misero in isolamento alcuni prigionieri del gulag, tutti invalidi tranne Salamov, pretesero che consegnassero le loro protesi: busti, dentiere, occhi di vetro, gambe di legno. A Salamov che non ne aveva, il soldato, scherzando, chiese: "E tu che ci consegni? L'anima?". "No, l'anima non ve la do" rispose. Prese una punizione durissima per aver difeso qualcosa che fino ad allora credeva inesistente. Questo è il momento di capire se ancora abbiamo un'anima, e non farcela togliere come una gamba di legno. Non consegnarla. Prima che non ci restino che protesi.

La Repubblica

 

2 Giugno: Festa della Repubblica Italiana

         Festa della Repubblica Italiana!

 

La Francia festeggia il 14 luglio la Presa della Bastiglia, gli Stati Uniti il 4 luglio l’Independence Day; per l’Italia la Festa Nazionale arriva il 2 giugno. Dopo alcuni decenni di abbandono, fu resa nuovamente giorno festivo nel 2000 su iniziativa del secondo governo Amato per impulso, principalmente, dell'allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Di fatto è la principale festa nazionale civile italiana.
In questa data si ricorda il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 con il quale gli italiani furono chiamati a scegliere la futura forma di governo, nel ballottaggio monarchico-repubblicano.
La Monarchia ricevette 10.719.284 preferenze; con 12.717.923 voti a favore era nata la Repubblica Italiana!
Sofferta la vittoria repubblicana, che ottenne al Centro-Nord un buon 63%, mentre al Sud vinse la Monarchia con il 67% dei voti.
Al voto di Ravenna, la città più repubblicana (91,2%) si contrapponeva l’85,4% monarchico di Messina.
Comunque su scala nazionale la sconfitta monarchica provocò l’esilio dei regnanti di Casa Savoia, che sono tornati in Italia solo nel 2003, dopo 57 anni d’esilio.
Importante aggiungere che per l’occasione si ebbe la prima tornata elettorale italiana a vero suffragio universale: finalmente anche le donne andarono alle urne.
Nel giugno 1948 ai Fori Imperiali di Roma si svolse la parata militare in onore della Repubblica.
Nel 1961, centenario dell’Unità, le celebrazioni si svolsero anche a Torino e Firenze, prime capitali dell’Italia unita.
Tutt’oggi la Festa della Repubblica prevede la deposizione di una corona d'alloro al Milite Ignoto presso l’Altare della Patria a Roma (il Vittoriano) e una parata militare ai Fori Imperiali alla presenza delle più alte cariche dello Stato.
Nel pomeriggio vengono aperti al pubblico i giardini del Palazzo del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica Italiana.
La giornata del 2 giugno di recente è diventata anche Giornata Nazionale dello Sport.
La Festa della Repubblica è l’occasione per rivisitare i simboli della nostra Patria.
Lo stemma della Repubblica, ad esempio, è formato da tre elementi: la stella, l