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    Le verità taciute - L'universo che non c'è dato di vedere

    segretoNo, il titolo non ha a che fare con una trasmissione di Piero Angela; l'universo che non vediamo a cui mi riferisco, è quello che sta nella vita delle persone, al di là di quanto ci è dato di sapere, di vedere, che crediamo di conoscere.

    Ho imparato che contano solo le decisioni e le azioni che le persone prendono e compiono, non cosa c’è dietro. Anche perché quasi mai, in fondo, ci e’ dato di sapere quali ne sono le reali motivazioni.
    Forse nemmeno loro le conoscono.

    Ho imparato a non fidarmi di cosa mi viene detto, non perché supponga esserci malizia o cattiveria, ma perché quasi sempre si tratta di una verità mediata, falsa o perlomeno incompleta, tante cose vengono celate. E’ una verità spesso edulcorata, una distorsione della realtà che si dice perché si crede essere più accettabile per l’altro. O comunque più spiccia per ottenere ciò a cui si mira.

    Ma una volta che hai capito il meccanismo… a che serve? Una volta che hai capito che la verità non la saprai mai… che te ne fai? Fai finta di crederci per avere una spiegazione, un motivo? Si’, di solito e’ cosi’.
    Ma non per me. Non più. Se qualcuno mi passa un “32” (potete usare qualunque altro numero vi sia più simpatico), non cambia la sostanza se esso e’ il risultato di un 20+12, un 16x2 o un 128/4: sempre un 32 rimane.

    Se qualcuno cerca di accoltellarti ogni volta che gli permetti di avvicinarti, non importa se lo fa perché ha avuto una infanzia difficile o se è pericoloso di natura: sarà bene che tu lo tenga a distanza in ogni caso.

    Ma ci ho messo anni ad arrivarci; prima mi rompevo la testa a cercare spiegazioni, a trovare motivazioni…

    Quanto tempo ed energia sprecate.


    labirinto

    Sembra un angelo

             Claudia si è vestita da angelo!

                                                     

     

    Da diversi anni, Claudia Koll appare raramente in televisione nè si concede alle interviste. Sembra un angelo, la popolarissima diva, splendida e bella nel personaggio di "Linda e il brigadiere", in "Valeria medico legale", in "Amiche" e in tante altre fiction. Sembra un angelo, leggo su un ritaglio dalla rivista "Oggi", sorridente in mezzo a uno sciame di bambini africani che la guardano con occhi lucenti, ricevendosi una carezza, uno sguardo materno e tenero.

    Un angelo non s'inventa. Non siamo al teatro, dove bastano due ali di pezza appiccicate alle spalle.
    Qui c'è di mezzo la grazia, una folgorazione, o qualcosa di simile. Meglio far parlare lei stessa: "L'Africa ha radicalmente cambiato la mia vita": comincia così la sua confessione. Non pensate "Alle falde del Kilimangiaro", non immaginatela nella savana alla ricerca di animali in estinzione. Di un'altra estinzione si resa conto: la vita che si spegne nei visi pallidi dei bimbi. "In Burundi", dice, sono tanti gli orfani che in guerra hanno perduto i geniori e vivono di espedienti, per la strada. Hanno bisogno di pane, ma anche di sorrisi". Burundi nel cuore dell'Africa, non lontano dal Ruanda, dove sono i miei confratelli rogazionisti. Qualcuno di loro ha fatto qui a Poggio Gherardo le prime prove del ministero sacerdotale in mezzo ai poveri. Poi è volato laggiù, dove i bimbi muoiono di fame, di Aids e di abbandono. Il nostro Educandato di Nyanza accoglie orfani e bisognosi, dai 4 ai 21 anni, un miscuglio inevitabile, perchè non si può fare diversamente quando c'è tragedia.  Per volare lontano, volontario o missionario che tu sia, devi aver compiuto la metamorfosi che ha fatto di te, uomo o donna tutto ciccia dal benessere, un angelo di Dio, leggero al par di vento. Claudia Koll è trasformata. All'origine c'è un nome, un incontro, un innamoramento: "Gesù. L'ho amato i quei faccini precocemente rugosi, simili a quelli dei vecchi. Mi guardavano senza vedermi quegli occhi spenti. Chiedevano un barlume di speranza per aggrapparsi alla vita". Basta così. Non vorrei stancare la vostra lettura, miei amati lettori e lettrici. Solo un pensiero sommesso, timido come sono quando devo chiedere:"A Nyanza, e in tanti altri punti della terra, abbiamo inviato angeli per i bimbi. Non lasciamo soli nè gli angeli nè quegli innocenti. Quanto potete fare, fatelo per mezzo di noi che trasmetteremo con CUORE il vosto segnale d'amore".
     

    "Quello che vuoi essere" di Paulo Coelho

     
                        Quello che vuoi essere!
        
     
    Quello che vuoi essere
    di Paulo Coelho

    puzzleLe condizioni ideali che tu ricerchi non esistono. Certi difetti non riusciranno mai a essere eliminati. Il trucco consiste nell'essere consapevole che, malgrado tutti i difetti, sei una persona straordinaria.
    Sì, tu ti conosci molto bene, ma cerca di oltrepassare i limiti ai quali sei abituato. Sii - per dieci minuti al giorno - quella persona che hai sempre desiderato essere. Se il problema è l'inibizione, sforzati di parlare. Se il problema è la colpa, sentiti approvato. Se la difficoltà è sentire il rifiuto del mondo, cerca consapevolmente di attirare tutti gli sguardi. Ti troverai in qualche situazione difficile, ma ne vale la pena.
    Chi, per dieci minuti al giorno, riesce a essere ciò che ha sognato, sta già facendo un grande progresso.

     
     
     
     
    THE DREAMER commenta ...
    Dobbiamo fare con ciò che abbiamo a disposizione. Se aspettiamo di essere perfetti o di essere nelle condizioni ideali per fare il primo passo verso la realizzazione di qualcosa di grande o verso la nostra stessa realizzazione, quel primo passo non lo faremo mai. Nessuno dice di buttarsi allo sbaraglio, ma "Non sono ancora abbastanza [forte, preparato, pronto, ...]" non deve essere una scusa per rimandare ad oltranza. Il suggerimento di Coelho è ottimo: il successo genera successo, cosi come l'insuccesso genera insuccesso, ecco perché iniziare con quel primo, piccolo passo - essere ciò che si vuole essere anche solo dieci minuti al giorno - è decisivo, è un messaggio alla nostra mente e alla nostra anima che "sì, allora è possibile, allora ci posso riuscire!". E quei dieci minuti diverranno venti, e poi mezz'ora, poi un'ora... E' un nutrire la fiducia che abbiamo in noi stessi e nelle nostre possibilità.
    Chi credete che abbia più successo nella vita? Un uomo intelligente ma sfiduciato, o uno normale ma che ha grande fiducia in sé stesso? Provate a indovinare...


    ghepardo

    FERRAGOSTO

                               FERRAGOSTO

    Il termine Ferragosto (dal latino Feriae Augusti = riposo di Agosto) indica una festa popolare, dalle radici antichissime, che si svolgeva il 15 agosto per festeggiare la fine dei principali lavori agricoli. Nell'occasione, i lavoratori porgevano auguri ai padroni, ottenendo in cambio una mancia; tale festa era tipicamente romana, tanto che in età rinascimentale fu resa obbligatoria dai decreti pontifici.

    Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l'impero si organizzavano corse di cavalli e gli animali da tiro (cavalli, asini e muli) venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Tali antiche tradizioni rivivono oggi, pressoché immutate nella forma e nella partecipazione, durante il celeberrimo "Palio dell'Assunta" che si svolge a Siena il 16 agosto. Coincide con la festa cattolica della dormizione e assunzione di Maria (madre di Gesù).

    Tradizione tipicamente italiana, assente negli altri paesi europei, il Ferragosto è visto come giorno dedicato alla balneazione, nelle zone vicine a mari e laghi. Ma non bisogna dimenticare le tradizionali gite fuori porta verso località montane o collinari, in cerca di refrigerio.

     

    FERRAGOSTO AL CINEMA ...

    - Un sacco bello, film italiano del 1980 diretto ed interpretato da Carlo Verdone sullo sfondo di una Roma ferragostana, assolata e deserta.

    - Ferragosto in bikini, è una commedia italiana girata nel 1961. Regia di Marino Girolami, Sceneggiatura di Tito Carpi e Marino Girolami. Personaggi e interpreti: Walter Chiari, Mario Carotenuto, Valeria Fabrizi, Raimondo Vianello, Lauretta Masiero, Carlo delle Piane, Tiberio Murgia, Tony Ucci, Bice Valori, Marisa Merlini; il film rappresenta una serie di personaggi caratteristici che si incontrano sulla spiaggia di Fregene.

     

    Il Mese di Agosto

    AGOSTO

     

     

    MODESTIA

    Impara dagli errori fatti dagli altri.
    Non vivrai mai abbastanza
    per farli tutti da solo.
    - Eleonor Roosvelt -

    EinsteinLa creatività, l'inventiva, la genialità, sono doti che ognuno di noi vorrebbe avere.

    Ci sono persone che non sono capaci di intraprendere alcuna azione se prima non sono corroborati dall'approvazione altrui. Costoro possono perdere occasioni anche importanti per cercare un eccesso di sicurezza. Si muovono solo se sono certe del risultato, quindi... quasi mai. Sognano di intraprendere azioni, di ribaltare il mondo, dicono "vedrete di cosa sono capace!". Ma le loro intenzioni rimangono sempre allo stato di idee, sono sogni che non si trasformano mai in azione.
     
    Ma è frequente anche l'opposto. Ci sono persone che agiscono sempre e solo di testa propria, sentendo di avere immancabilmente l'idea giusta, pensando di essere infallibili. Mio padre, ad esempio, soleva dire: "Non sono io ad avere sempre ragione: siete voi che avete sempre torto!"

    Non ci credete? Un classico esempio: quante persone ascoltano una frase detta da un amico senza dargli alcun peso, per poi magari leggere una massima quasi identica detta da una famosa personalità (se poi è trapassata è anche meglio) e allora, magicamente, quelle stesse parole diventano degne di essere lette o ascoltate?
    Pensateci, magari è successo anche a voi!

    Ma da dove viene questa sicurezza? Certamente ciò che sappiamo non è nostra invenzione, al massimo è nostra elaborazione, parte da dati appresi nel passare degli anni. Abbiamo imparato da altri. E poiché ogni invenzione e scoperta è stata immancabilmente preceduta da molteplici errori e abbagli, abbiamo imparato soprattutto dagli errori di chi ci ha preceduto. Nessuno ha mai inventato qualcosa da zero, aveva sempre una informazione di base su cui costruire.

    gatto che si specchiaE allora, quale arroganza ci permette di sostenere che non abbiamo bisogno di ascoltare gli altri, di non avere più nulla da apprendere da altre persone? Per quanto noi possiamo saperne, c'è sempre qualcuno che sa qualcosa in più di noi. Almeno c'è qualcuno che sa qualcosa che noi non sappiamo, che forse ci è solo sfuggito, ma c'è. Un qualcosa che può essere determinante, che può fare la differenza tra vittoria e sconfitta, forse addirittura tra vita e morte. E quel prezioso input magari non arriva da un maestro illuminato, di qualunque campo si stia parlando, forse è sulla bocca di chi non ti aspetteresti mai essere capace di darti un'informazione così importante.

    Errare è umano, la paura di sbagliare non ci deve bloccare. Ma ben altra cosa è pretendere di sapere tutto, di avere tutti i dati e le capacità per fare a meno di chiunque, rifiutando a priori il confronto, i consigli, gli aiuti, perfino da chi è titolato a saperne di più.

    La mancanza di modestia e l'arroganza possono provocare danni incalcolabili.

    Cerchiamo di non dimenticarlo mai.

    cuccioli

    26 Luglio: Non abbandonate gli animali!

          "Chi abbandona un animale

           ce l'ha piccolo... il cervello!"


    Mentre milioni di italiani s’apprestano a fare le valigie e a partire con il primo esodo dell’estate, come ogni anno decine di migliaia di animali domestici in Italia “si preparano” ad essere abbandonati.

    In Italia sono circa 40 milioni gli animali che vivono in casa e in famiglia. Oltre ai 13 milioni di cani e gatti, del censimento fanno parte i pesci rossi, le tartarughe, i furetti, i criceti, i serpenti, i conigli e molti altri animali esotici e non. Ma quando arriva l’estate questa sintonia si interrompe e molti, troppi, decidono con un atto di grande insensibilità e crudeltà, di “liberarsi” dell’ingombrante fagotto. Nonostante esistano sia pene pecuniarie (da mille a diecimila euro) che restrittive (sino ad un anno d’arresto) per chi si macchia di tale reato, con l’arrivo dell’estate il triste fenomeno dell’abbandono si ripete. Per questo motivo siamo convinti ci sia ancora tanto da fare anche sul piano dell’educazione e della sensibilizzazione.




    I numeri dell’abbandono

    Ogni anno sono circa 140.000 gli animali, tra cani (molti sono cani da caccia) e gatti, abbandonati in Italia. Gli abbandoni si verificano durante tutto l’anno, con punte di oltre il 30% in estate. In Emilia-Romagna secondo i dati del Ministero della Salute (gennaio 2007) sono presenti 623.016 cani di proprietà. I canili sono 65, secondi per numero alla sola Campania. I cani ospitati nei canili sono 8.804. Secondo una stima i cani randagi sono 8.052.


    Pochi giorni fa al telegiornale hanno detto che è dimostrato scientificamente che chi abbandona il proprio cane, gatto o animale domestico, dopo questo gesto (crudele e irresponsabile!) soffre di depressione.
    "Poverino"... ma a chi abbandona il proprio cane o gatto & co. solo la depressione deve venire? E' un po' poco mi sembra... troppo poco... so io che cosa gli dovrebbe venire!!!
     
     
    Gli abbandoni si verificano durante tutto l’anno, con punte, spiega la Lav, di oltre il 30% nel periodo di apertura della stagione venatoria, per opera dei cacciatori che «provano» i cani e si disfano di quelli che non «funzionano» e il 25% in estate.

    «Il fenomeno degli abbandoni - denuncia ancora la Lav - alimenta peraltro un enorme giro d’affari, stimato in circa 500 milioni di euro all’anno, legato alla gestione di molti canili privati che hanno costruito la loro fortuna grazie a convenzioni milionarie con le amministrazioni comunali, troppo spesso poco attente alla qualità del servizio offerto e quindi al benessere degli animali».

     


    Nell’80% dei casi un animale abbandonato muore dopo poco tempo di fame o in un incidente stradale. I più «fortunati» trascorreranno una vita di stenti in strada o saranno rinchiusi nei canili. Circa 600 mila cani vivono attualmente rinchiusi nelle gabbie dei canili o da randagi insieme a 2,6 milioni di gatti. L’abbandono degli animali, è noto, è un fenomeno pericoloso anche per le stesse persone, provoca infatti ogni anno oltre 4.000 incidenti stradali, con 400 feriti e 20 morti. Per sensibilizzare su questo tema gli automobilisti in procinto di partire per le vacanze, la Lav di Torino ha organizzato per sabato 26 luglio a partire dalle 10.00 un sit-in durante il quale saranno distribuiti volantini sul tema ed i cani abbandonati (volontari mascherati) racconteranno ai passanti le loro tristi vicende e distribuiranno il volantino «Chi abbandona un animale ce l’ha piccolo... il cervello!».
     

    Fantasmi

                               FANTASMI

    ATTENZIONE: Il frutto di questo intervento è stato preso da un sito internet!

     

    Dal greco antico phantasma a sua volta da phantazo ("io appaio"), i fantasmi tormentano gli incubi degli esseri umani di ogni tempo, luogo e cultura. Nei secoli sono state raccolte migliaia di testimonianze, da quelle più famose a quelle "casalinghe", le nostre. Credo che ognuno di noi abbia assistito direttamente ad una apparizione di un qualche genere o ne abbia almeno sentito parlare da una persona a lui cara.

    Mia madre, poco prima che mio padre si aggravasse e andasse verso la sua fine, mentre trafficava in cucina avvertiva spesso la presenza di mia nonna, sua madre. Si voltava di scatto, la intravvedeva per qualche istante per poi vederla svanire nel nulla. Quando mio padre morì, le apparizioni scomparvero.

    Due miei cari amici abitano in un antico convento sconsacrato, la cui sala principale è fatta a forma di piramide. Spesso mi raccontano di strani fatti - luci che si accendono e spengono, finestre chiuse ritrovate aperte, una volta addirittura il loro gatto, che quando uscirono era chiuso in casa, trovato inspiegabilmente su un davanzale al secondo piano, a finestra serrata. Secondo loro questi "scherzi" sarebbero dovuti al fantasma di un bambino, che lui, da ragazzino, avrebbe anche visto, e la cui immagine sarebbe perfino rimasta impressa su una foto digitale (da me visionata).

    Ad un'altra mia cara amica, che sostiene di essere stata in passato tormentata da "larve", un tipo nefasto di fantasma, rimangono spesso impresse strane figure nella sua macchina fotografica, anch'essa digitale.

       

    Io stesso conto diversi casi di presunte apparizioni difficilmente spiegabili con la sola suggestione. Una volta ero davanti allo schermo del mio PC nella mia vecchia casa, dove persi entrambi i miei genitori. Stavo scrivendo nella massima tranquillità. Era una sera d'inverno ed avevo solo la luce dello schermo e di una lampadina sopra di esso: nessuna fonte luminosa si rifletteva direttamente sullo schermo. Anche la finestra e la porta erano chiuse. Improvvisamente un'ombra apparve sullo schermo e lo attraversò rapidamente da un capo all'altro, la mia schiena rabbrividì. Mi girai di scatto... ma non c'era nessuno.

    spettroQuesti fenomeni sono in realtà molteplici e variegati. E non sono tutti negativi. Una notte, nel dormiveglia, percepì una sfera di luce accanto al mio letto. In qualche modo sapevo che quella luce era la mia nonna paterna, morta molti anni prima. La sua presenza era tranquillizzante e non mi impauriva per nulla.

    Per la molteplicità delle loro forme è difficile tantare una spiegazione univoca. Alcune apparizioni possono essere frutto di suggestione o spiegabili con giochi di luce, effetti ottici, disturbi elettromagnetici. Per altre si è tentata la strada dell'energia psichica, che gli stessi presenti proietterebbero all'esterno. E' questo per esempio il caso dei poltergeist, ovvero di quelle "presenze" che spostano oggetti e producono rumori "secchi" e che, guarda caso, avverrebbero il più delle volte in case dovo sono presenti adolescenti nel pieno del loro travaglio psichico di crescita.

     

     

       

    Ma anche in caso di suggestione, siamo noi a suggestionarci e a distorcere ciò che vediamo producendo "spettri", o quando siamo suggestionati siamo semplicemente più ricettivi e attenti, vedendo cose che normalmente non scorgiamo?
    Una volta vidi in un cinema un film che parlava di fantasmi. Era fatto molto bene e mi colpì parecchio. Tornato a casa, notai che il gatto "puntava" qualcosa sul muro, arrivando perfino a miagolargli arrabbiata. Inutile dire che controllai benissimo il muro senza trovarvi nulla. Come mai, mi chiesi, successe proprio quella volta, al rientro dal cinema dove avevo appena visto quel film di fantasmi? Fui io a proiettare qualcosa sul muro? O forse sul gatto, influenzandone il comportamento? O semplicemente notai in lui un comportamento che fino a quel giorno non avevo mai notato?
    La stessa domanda si può trasporre ai diversi periodi storici. Perché nell'ultima parte dell'800 e nei primi anni del '900, abbondavano apparazioni, medium, correnti spirituali come lo Spiritismo di Allan Kardec, mentre oggi non sono più così frequenti? Perché erano loro ad essere suggestionati, o perché siamo noi oggi a non essere più portati a credere, a vedere, cio' che ci circonda?

    Cosa sono dunque i fantasmi? Trapassati malinconici che non riescono a lasciare la vita terrena? Nostri cari che cercano di aiutarci? Nostre proiezioni psichiche? O semplici giochi ottici/visivi?

    ... o, forse, un misto di tutte queste cose?

    Inutile dirvi che vostre eventuali testimonianze sono ben accette...

       

    ATTENZIONE: Il frutto di questo intervento è stato preso da un sito internet!

    L'Angelo che non dormiva

       L'angelo che non dormiva

     

    Qualche volta il Signore s'addormenta. Non tutte le sere, come noi, ma qualche volta capita anche a Lui. Si sdraia su una nuvola e dorme. Naturalmente nessuno l'ha mai visto, ma basta guardare il cielo per accorgersene. Se non vedete nemmeno una stella, se la luna tramonta subito o non si fa vedere, se la notte è così scura che sembra una macchia d'inchiostro nero che vi cola addosso, se il vento si ferma e l'aria non respira; se tutto è immobile e buio, vuol dire che il Signore s'è addormentato.

    Fortuna che gli capita di rado, perché, quando Lui dorme, in cielo dormono tutti, per non disturbarlo. Anche gli angeli, e sulla terra gli uomini diventano più cattivi e gli animali più feroci. Ma il sonno del Signore è così breve che dura un battito di ciglia: chiudete gli occhi e Lui s'è già svegliato. Ora, quando il Signore s'addormenta, s'addormentano anche gli angeli. Quelli che suonano restano con gli strumenti sollevati, la tromba in bocca, la guancia sul violino; quelli che raccolgono i messaggi si fermano nell' aria; quelli che cantano le lodi rimangono a bocca aperta. I più fortunati sono quelli che custodiscono i bambini: appoggiano la testa sul cuscino, se i bambini dormono, o sulla loro spalla. E i bambini sorridono nel sonno o sospirano, perché si sentono felici. C'era un angelo, però, che non riusciva a dormire. Era uno di quelli che stanno attorno alla testa del Signore e gli fanno corona: sono gli angeli più piccoli e leggeri, con le ali d'oro puro, che emanano una grande luce.

     Quando il Signore s'addormenta, questi angeli nascondono la testa sotto un' ala e dormono così; che non è una posizione proprio comoda. Forse per questo al piccolo angelo non piaceva dormire. Ma la ragione vera era forse un' altra: quando metteva la testa sotto l'ala, le piume d'oro gli facevano un terribile solletico e invece di dormire, a lui veniva voglia di ridere. Con il Signore che dormiva sulla nuvola, con tutto il cielo addormentato, in un silenzio così profondo che non si può nemmeno raccontare, il piccolo angelo si stringeva il naso disperatamente per non scoppiare in una risata. Una cosa molto imbarazzante! E una volta proprio non ce la fece. Le piume sembravano farlo apposta: gli pizzicavano la nuca, gli solleticavano le orecchie, gli tormentavano la punta del naso. Il piccolo angelo stringeva le narici, forte, sempre più forte, e la risata dentro di lui cresceva, cresceva. Era arrivata ormai alla gola. Allora, prima di combinare il disastro, liberò la testa dall'ala, fece una capriola all'indietro e si tuffò nel vuoto. Giusto in tempo! Mentre precipitava in basso la risata uscì, lunga lunga quanto la sua caduta. La udì un uomo che stava affacciato a una finestra, all'ultimo piano di un palazzo. Era notte fonda e quest'uomo non trovava pace. Pensava di essere solo al mondo, di non servire a nessuno.  In quel momento l'angelo gli passò davanti e lui udì la sua risata. Ma non ne vide la luce. La luce la vide una gazzella che era andata ad abbeverarsi a una pozza d'acqua, nella savana africana. Era" buio pesto e la gazzella era divorata dalla sete. Stava per bere nella pozza, quando la luce la illuminò e lei balzò via.

    Furono solo loro ad accorgersi dell' angelo, l'uomo e la gazzella. L'uomo udì la risata dell' angelo e si sentì improvvisamente consolato; la gazzella vide la luce e si salvò dal leone che stava per ghermirla. Gli altri, quelli che quella notte guardarono il cielo, videro un punto luminoso che scendeva e pensarono a una stella cadente. Quando tutta la risata gli fu uscita dal petto, il piccolo angelo puntò di nuovo verso l'alto e in un attimo fu nella corona degli angeli attorno alla testa del Signore. Mise la testa sotto l'ala e finse di dormire. E il Signore, che si era accorto di tutto, fece finta di dormire anche Lui.

     

     

     

    L'Irlanda

    L'Irlanda è uno stato membro dell'Unione europea, ha un'economia sviluppata e una popolazione di poco più di 4,2 milioni di abitanti. La capitale è Dublino, situata al centro della costa orientale. La Costituzione dell'Irlanda stabilisce, all'articolo 8, che la lingua irlandese, in quanto lingua nazionale, sia la prima lingua ufficiale. La lingua inglese è riconosciuta come seconda lingua ufficiale. La bandiera nazionale della nazione è il tricolore irlandese, composto da tre bande verticali di uguali dimensioni i colori sono: verde, bianco e arancio. Lo stemma irlandese ufficiale è un'arpa celtica d'oro su scudo blu. L'isola d'Irlanda è divisa storicamente da molto tempo in quattro province e 32 contee, oltre a varie aree di altro tipo.

    L'isola d'Irlanda si estende per 84.421 km² dei quali cinque sesti appartengono all'Éire. È bagnata ad ovest dall'Oceano Atlantico, a nord-est dal Canale del Nord. A est invece c'è il Mare d'Irlanda che si riconnette all'oceano a sud-ovest tramite il Canale di San Giorgio e il Mare Celtico. La costa occidentale dell'Irlanda consiste per lo più di scogliere (tra cui le celeberrime Cliffs of Moher), ampie baie circolari ricche di isole e spiagge che mutano velocemente con la marea, mentre quella meridionale da lunghe penisole, spiagge lunghissime e insenature molto strette. Il territorio vicino alla costa è formato spesso da colline e basse montagne (il punto più alto è Carrantuohill a 1041 m). Per il resto quasi tutto il territorio centrale è composto di pianure e prati, traversati da vari fiumi, il più lungo dei quali, lo Shannon, forma già da solo numerosi laghi o loughs. Il centro della nazione è formato da paludi dello Shannon, con vaste distese di torba, usata per la combustione. Il clima è temperato grazie alla Corrente del Golfo. Le estati raramente sono calde, ma anche in inverno è difficile che geli. Le piogge sono frequentissime, con addirittura 275 giorni di pioggia all'anno in qualche regione. Le città principali sono la capitale Dublino nella costa orientale, Cork nel sud, Galway e Limerick nella costa occidentale, e Waterford nel sud-est.

    L'86,6% della popolazione della Repubblica d'Irlanda è cattolica, in leggero calo negli ultimi anni. La seconda grande religione, la Church of Ireland (anglicana) è, invece, in lieve ripresa ed è attualmente professata dal 5% della popolazione. Il 4,4% dichiara di non avere un credo religioso.

     

    Immagine:Celtic cross Knock Ireland.jpg

    L'isola d'Irlanda è famosa nel mondo, fra le tante cose, per il Libro di Kells, la birra Guinness, la particolare musica folk, mentre in ambito letterario per scrittori del calibro di George Berkeley, James Joyce, George Bernard Shaw, Richard Brinsley Sheridan, Oliver Goldsmith, Oscar Wilde, W.B. Yeats, Samuel Beckett, Séamus Heaney, Herminie T. Kavanagh e molti altri. Shaw, Yeats, Beckett e Heaney sono stati insigniti del premio Nobel per la letteratura. Ernest Walton del Trinity College di Dublino è stato invece insignito del premio Nobel per la fisica per aver "diviso l'atomo".

    Il rugby è uno degli sport più apprezzati in Irlanda, ma non è una prerogativa della Repubblica, dato che la nazionale di rugby irlandese comprende giocatori di tutta l'isola: è una delle rappresentative più forti nel panorama mondiale e partecipa al Sei Nazioni. L'avere un unica nazionale ha portato ad adottare un inno appositamente realizzato (Irelands Call) che solo in occasione di incontri disputati nel territorio dell'Eire è preceduto dall'inno della repubblica irlandese.

     
    UNA RACCOLTA IMMAGINI DELL'IRLANDA ...
     
     

    ... e fuori nevica!

    ... e fuori nevica!

    "E fuori nevica!" è una commedia comica che tratta della convivenza forzata di tre fratelli: Enzo, Cico, Stefano. Il protagonista, Cico, è un malato di mente vero, non una macchietta. Un osservatore superficiale potrebbe pensare che Cico è un povero demente: incapace di provvedere a se stesso, completamente staccato dalla realtà...invece è un acuto osservatore della realtà che lo circonda, un geniale risolutore di situazioni difficili, un divertente ed ironico sbeffeggiatore della retorica e della ipocrisia umane, insomma un "eroe diverso". Nè io né l'attore che interpreta il ruolo di Cico, prendiamo in giro il malato. Sono le situazioni che scaturiscono dal comportamento "diverso" a far ridere lo spettatore. Fa ridere la presa in giro dei "normali", a disagio quando il più debole fa leva sui loro sensi di colpa. E non manca nella commedia una nota di profonda amarezza che, in teatro, ha sempre lasciato lo spettatore con l'amaro in bocca.
    Io credo che il meccanismo comico ha sempre bisogno di una nota drammatica. Persino le "spalle", nelle scenette comiche, devono portare sul volto e nei gesti, e nelle voci, l'elemento dell'infelicità, del disagio, altrimenti il comico che lavora al loro fianco non riuscirà a far ridere, se non inventando battute. Ma con le battute non si fa il teatro, le battute si dimenticano, i sentimenti restano, e in "... E fuori nevica" resta un sentimento di solidarietà nei confronti di Cico, del ragazzo portatore di handycapp.

     

     

    ... E FUORI NEVICA!
    di Vincenzo Salemme

    con
    VINCENZO SALEMME

    e con

    Carlo Buccirosso, Nando Paone,
    Maurizio Casagrande

    scene Tonino Festa
    costumi Silvia Polidori
    musiche Antonio Boccia

     

     

    Alcune scene tratte dallo spettacolo ...

      

    L'importanza dell'obiettivo

                L'importanza dell'obiettivo

     

    “If you want to build a ship, don't drum up people together to collect wood and don't assign them tasks and work, but rather teach them to long for the endless immensity of the sea”

      "Se vuoi costruire una nave, non radunare gli uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti e i lavori, piuttosto insegna loro ad anelare all’infinita immensità del mare"

    Antoine de Saint-Exupéry

     

     

     

    Abbiamo la conoscenza e le capacità per raggiungere i nostri obiettivi eppure ci areniamo miseramente. Perché? Di volta in volta la causa è attribuita all’incostanza, alla mancanza di determinazione, alla scarsa convinzione nel nostro potenziale. Si sa solo che un giorno ci si sveglia e ci si rende conto che l’ennesimo obiettivo per il quale ci si era armati e preparati si è perso nel nulla. E ogni volta che abbandoniamo un obiettivo, insegniamo un po’ di più al nostro subcosciente che non fa nulla se non raggiungiamo ciò che ci eravamo prefissati, col risultato che esso lascerà con sempre più facilità il campo all’inerzia.

    Tempesta sul mare di Galilea - RembrandtMi sono nel tempo convinto che la causa spesso risiede nella reale “appetibilità” dell’obiettivo: se esso non genera entusiasmo, se non fa sognare, se non fa venire l’acquolina in bocca al solo pensarci… allora non avrà sufficiente forza per spazzare via la nostra inerzia, e il nostro viaggio si arenerà nei fondali della pigrizia e al vento contrario degli alibi.

    Anthony Robbins dice “non ho mai visto nessuno arrivare al successo arrancando”: ci vuole la carica dell’entusiasmo, l’energia del desiderio. Per questo si dice che bisogna “sognare in grande”: il vento di un piccolo sogno non ha la forza di gonfiare le vele della nostra nave. E’ giusto poi spezzare il percorso in tratte più brevi, in sotto-obiettivi più facilmente raggiungibili e misurabili, per avere percezione che il nostro veleggiare sta dando i frutti sperati. Perché il successo genera successo e “sentire” che stiamo riuscendo ci da nuova e più forte linfa. Ma la meta finale deve essere grande.

    Perché i giovani sono più pronti a gettarsi in grandi imprese? Non perché sono più incoscienti, ma perché non hanno ancora smesso di sognare in grande.
     
     
     
     

    Colombo

     

    L'Angelo di pietra

    L'Angelo di pietra

     

    Un bambino aveva ricevuto in dono un uccellino dalle piume colorate che cantava in modo meraviglioso. Era un uccellino di gran pregio e, per evitare che volasse via, l'avevano rinchiuso in una gabbia dorata, che ora stava appesa a una finestra. Il bambino era malato, non poteva camminare e passava molte ore davanti a quella finestra, ad ascoltare il canto dell'uccellino e a guardare l'esterno. Vedeva la piazza della città, circondata da palazzi nobili e severi, al centro la statua di un condottiero a cavallo che pareva sempre sul punto di marciare ed era sempre immobile, e poi, di fronte, la cattedrale. La cattedrale era grande e antica, costruita in pietra rosa, che al tramonto s'accendeva come fuoco. Aveva sulla facciata una finestra circolare, un rosone bianco e prezioso; e sopra questo rosone, su una mensola di pietra, c'era l'angelo. Non era un angelo bello, di quelli che lasciano incantati, era piuttosto un angelo curioso e malandato, di pietra grigia e sporca, senz' ali e con un dito mozzo. A dire il vero non sembrava un angelo e molti si chiedevano che cosa fosse. Ma sorrideva in un certo modo ed era sicuramente un angelo. Gli angeli, infatti, non si riconoscono dalle ali né dalla veste; nemmeno dalla luce, specie ora che le luci sono tante. Gli angeli si riconoscono dal sorriso. Il sorriso degli angeli non è come quello degli uomini: è lungo, obliquo, simile al sorriso dei bambini quando dormono. Gli angeli sorridono sempre, anche quelli di pietra, ma è raro che qualcuno se ne accorga. Solo il bambino, che stava tante ore alla finestra, aveva visto il sorriso dell' angelo senz' ali e senza dito, ma non sapeva che fosse un angelo. Degli angeli non aveva sentito mai parlare.

    Un giorno la gabbia che rinchiudeva l'uccellino rimase aperta per una distrazione e l'uccellino volò via. Attraversò la piazza, si posò sulla statua, poi si diresse verso la cattedrale, girò intorno al rosone e si fermò sull'angelo. Il bambino gridò, cercò di afferrarlo, ma inutilmente. Vedeva le sue piume colorate diventare sempre più scure per la lontananza e si disperava. Nessuno riusciva a consolarlo. Venne la sera e il bambino non volle lasciare la finestra. Al tramonto la cattedrale s'accese di rosso, come sempre, il marmo bianco del rosone scintillò e l'uccellino sulla statua diventò un piccolo punto scuro senza forma. Poi calò la notte e tutto si confuse. S'accesero i lampioni e sulla piazza solo la statua del condottiero continuava a promettere partenze sempre rinviate. Anche la cattedrale riposava nell' ombra, ma il bambino restava alla finestra. Vegliò tutta la notte e nessuno riuscì a convincerlo ad andare a dormire. Finché all' alba, vinto dalla stanchezza, s'addormentò.

    Si risvegliò ch' era giorno fatto, la piazza era piena di luce, la statua del condottiero come sempre immobile, e nella gabbietta dorata l'uccellino stava al suo posto, come sempre. Ma sulla mensola della cattedrale l'angelo di pietra non c'era più. Nessuno seppe dire dove fosse finita quella statua grigia e monca e, per quanto la cercassero, nessuno la trovò. Solo il bambino sapeva, perché l'aveva visto in sogno, che l'angelo aveva rinunciato ad essere angelo, per diventare l'uccellino colorato che ora nella gabbia, aveva preso a cantare.Quando il bambino guarì, aprì la gabbia e diede la libertà al prigioniero; poi corse a giocare con gli amici. Ed ecco che la statua dell' angelo riapparve sulla mensola della cattedrale, col suo dito mozzo e il misterioso sorriso, a guardare i bambini che si rincorrevano sulla piazza e il condottiero a cavallo, sempre sul punto di marciare e sempre fermo...

    LA SCOZIA (Scotland)

         LA  SCOZIA

    La Scozia è una delle quattro nazioni costitutive del Regno Unito. Anticamente chiamata Caledonia, occupa la porzione settentrionale della Gran Bretagna. Un tempo regno indipendente, dal 1707, con l'Atto di Unione entrò a far parte del Regno di Gran Bretagna, assieme all'Inghilterra. I regni di Scozia e Inghilterra erano peraltro già uniti dinasticamente dal 1603.

     

     Abito tradizionale: kilt

     Il kilt è un indumento maschile che consiste in un pezzo di stoffa arrotolato intorno alla vita (simile alla gonna femminile) ed allacciato. Anticamente il kilt era realizzato con un pezzo di stoffa lungo abbastanza da essere poi appoggiato sulla spalla (dopo essere stato arrotolato intorno alla vita). In realtà il kilt è stato inventato da Thomas Rawlinson, un eccentrico nobiluomo inglese dell'800, che, per una festa in maschera, si vestì in questo modo pittoresco, con quella gonna che ormai tutti pensano tanto "tradizionale": il gentile ed educato Rawlison voleva prendere in giro la schiatta scozzese, ma non sapeva invece di diventare propugnatore di una nouvelle vogue! È da specificare che la gonna, di per sè, è sempre stata un abbigliamento anche maschile, fino agli antichi romani. È invece grazie ai barbari del freddo Nord (e forse proprio a quei celti, i cui discendenti oggi tanto fieramente sfoggiano il kilt) che son stati inventati i calzoni, per l'ovvia loro necessità di adeguarsi alle rigide temperature dei propri paesi. Il kilt viene oggi associato all'indumento tradizionale delle Highlands scozzesi, dove viene realizzato in tartan ed è solitamente indossato insieme ad uno sporran, cioè una borsetta di cuoio utilizzata per trasportare denaro. Questo indumento, nel folklore comune, era ed è portato rigorosamente senza niente sotto, utilizzato tuttora come abito da cerimonia.

    Il tartan è un particolare disegno dei tessuti in lana delle Highland scozzesi. Non si conosce l'inizio dell'uso di tessere la lana con questo disegno nelle Highland ma sicuramente è molto antico, simbolo di identità nazionale estremamente diffuso nel XVII e XVIII secolo. L’uso del tartan per indicare l'appartenenza a un clan particolare o ad alcune famiglie è relativamente moderno e risale al XIX secolo quando le Highlands vennero idealizzate dal romanticismo.

     

    Il mostro di Loch Ness

     Loch Ness è un lago d'acqua dolce situato nelle Highlands scozzesi (in Scozia lago si dice Loch), a Sud-Ovest di Inverness. È un lago dalle acque profonde, si estende per circa quaranta miglia ed è il più largo specchio d'acqua di una valle conosciuta come Great Glen, che va da Inverness a Nord fino a Fort William nel Sud. Il Canale scozzese, che collega il mare all'altro capo del Great Glen, percorre il lago per una parte del suo percorso. Loch Ness è probabilmente più conosciuto per gli avvistamenti del mitico "Nessie", l'ipotetico mostro di Loch Ness, che per l'affascinante paesaggio. Le notizie di avvistamenti del mostro di Lochness o "Nessie" cominciarono a diffondersi nell'aprile del 1933, quando fu costruita una nuova strada sulla riva settentrionale del lago in Scozia (anche se il primo avvistamento risale al 1889). Una coppia del luogo, i signori Mickay, videro un'enorme creatura con due grosse gobbe nuotare nel lago. Altre due persone videro uno strano animale con una pecora in bocca attraversare la strada. Nonostante sia stato creato il Loch Ness Investigation Bureau (l'ufficio di ricerca sul mostro di Lochness), molti scienziati continuano a sostenere che il mostro di Lochness sia solo una fantasia.

    Il whisky…una specialità scozzese: In Scozia si puo' far risalire la produzione del whisky a due tradizioni: quella legale e quella clandestina. La distillazione era gia' praticata nel 15mo secolo ed era, inizialmente, legata ai monaci: l'alcool, al quale venivano aggiunte spezie e erbe, veniva usato per scopi terapeutici. Era conosciuto come "uisge beatha" (in gaelico "acqua della vita", "aqua vitae") la pronuncia della prima parola, "uisge" e' ushka da cui verra' la parola inglese Whisky. I primi ad ottenere il diritto alla distillazione, a Edimburgo, furono... I BARBIERI!, la Corporazione dei Chirurghi barbieri (Guilf of Surgeon Barbers). Da quel momento l'uso dell'orzo per il whisky fu tale da farlo scarseggiare per l'uso alimentare. Con l'imposizione della prima tassa sul whisky, nel diciassettesimo secolo, le distillerie clandestine sorsero come funghi, specialmente in quei luoghi remoti e poco controllabili come le Highlands e le sue isole. Il grande boom della produzione di whisky si ebbe dopo l'"Excise act", la legge che stabiliva le tasse sulle licenze e che diede l'impulso ai distillatori clandestini a entrare nella legalita'. Le fasi di produzione si dividono in: maltazione, macinazione, fermentazione, distillazione, maturazione, gradazione.

    Cornamusa

    Le cornamuse dell'Europa Occidentale si distinguono in due tipi fondamentali: quelle ad aria calda (blown pipes) e quelle ad aria fredda (bellow pipes). Nelle prime l'otre viene alimentato per insufflaggio dell'aria attraverso un boccaglio (o blowing stick) direttamente da parte del suonatore, mentre nelle seconde il gonfiaggio avviene mediante un mantice assicurato mediante cinghie sotto il gomito destro del suonatore, azionato dal movimento del braccio. La più famosa delle cornamuse ad aria calda, quella descritta all'inizio dell'articolo, è quella scozzese, la Great Highland Bagpipe, tutt'oggi impiegata nelle pipe bands, che si distingue per la sua particolare sonorità. La principale cornamusa tra quelle ad aria fredda può essere considerata la Uilleann pipes (Irlanda), mentre in Scozia sono ancora alquanto diffuse diverse versioni di strumenti denominati border pipes derivate dalla Great Highland Bagpipe quali le small pipes e le kitchen pipes; tra le border pipes viene a volte annoverata la northumbrian pipe, che però risulta più simile, sia per struttura che per tecnica esecutiva, alla uilleann irlandese.

     

    Sidhe

    Il Sidhe (si pronuncia shee) è il regno ultraterreno del popolo fatato delle leggende celtiche. Si tratta di una felice immortalità. Significa "Pace" ma anche "collina fatata". Il Sidhe è anche l’oltretomba celtico, un mondo parallelo felice che può essere interpretato sia come mondo invisibile abitato dal Buon Popolo (folletti, fate, elfi, gnomi ecc..) o più semplicemente come l’immagine evocativa del mondo spirituale.

    Sei nazioni celtiche

    Per Sei Nazioni celtiche si intendono tutte quelle aree dove il gruppo etnico dominante è, appunto, quello celtico. Esse sono: l'Irlanda, la Scozia, il Galles, la Bretagna, la Cornovaglia e l'Isola di Man, ma bisognerebbe considerare anche la Cumbria, regione che si trova nel Nord-Ovest dell'Inghilterra, e le due regioni della Galizia e dell'Asturia appartenenti alla Spagna. Quando si affronta l'argomento del celtismo, si tocca un tasto delicato all'interno della complessa storia della Gran Bretagna e della Francia, poiché parte della popolazione di origine celtica, con notevoli differenze tanto per tipologia di richiesta quanto per appoggio popolare alle medesime, chiede la separazione dalla corona britannica (per quanto riguarda le popolazioni del Regno Unito) o dalla Francia, relativamente alla Bretagna. Queste sono le sei nazioni considerate celtiche dalla Celtic League e il Celtic Congress e da altre organizzazioni panceltiche. Ognuna delle sei può vantare una propria lingua celtica (è questo il criterio chiave della Celticità). Quattro di queste sei nazioni (Bretagna, Irlanda, Scozia, Galles) contengono aree dove è ancora molto usata una lingua celtica (in Galles, al censimento del 2001 il gallese è parlato dal 20% della popolazione). Generalmente queste aree si trovano nell'ovest del paese, sui monti o sulle isole, e a volte rivendicano di essere più "celtiche" delle aree orientali e delle grandi città.

     

    "TUTTO" di Giulia Renna

                             TUTTO

    di Giulia Renna

     
     
    Non viviamo che di istanti
    rubati ad un triste destino;
    Eppure nella distanza
    il mio amore si accresce,
    Perchè tu sei
    la Dolcezza e la Felicità,
    la Libertà e la Bellezza,
    Perchè tu sei Tutto.

     

     

    Biografia di Giulia Renna

    Nata a Napoli il 23 marzo del 1986, la giovane autrice manifesta già in tenera età una grande passione per la lettura che intorno ai 12 anni si trasforma nel proponimento di regalare ai lettori (o per lo meno provarci) delle emozioni aggiungendo le sue personali esperienze all’universo della letteratura. Il libro che fa da catalizzatore alla sua aspirazione "artistica" è "Jane Eyre" dell’autrice inglese Charlotte Brontë a cui si aggiungono successivamente altri capolavori della letteratura mondiale quali "Opinioni di un Clown" del tedesco Heinrich Böll e "Il piacere" di Gabriele D’Annunzio.

    Il 23 marzo del 2004 la prima pubblicazione: un articolo sul giornale "Paese Mio" nelle edicole del giuglianese; da quel giorno inizia una lunga serie di pubblicazioni riguardo iniziative culturali promosse a Giugliano su diversi periodici del territorio. Ma sono anche gli anni del diploma e della passione per la musica che la porta a studiare pianoforte, un hobby abbandonato a malincuore per dedicarsi pienamente agli studi universitari. Si iscrive all’Università L’Orientale di Napoli dove studia tedesco, inglese (e successivamente francese) conseguendo la laurea in Mediazione Linguistica e Culturale l’8 novembre 2007 con una tesi in letteratura tedesca con il massimo dei voti.

    Nell’aprile del 2007 arriva tra i finalisti di un concorso letterario e continua a dedicarsi alla sua passione per la scrittura, coltivata con modestia, così come si addice ad una persona con gusti semplici. Giulia Renna è attualmente iscritta all’Università L’Orientale di Napoli dove frequenta il corso di laurea specialistica in Germanistica.

    L'anima perduta nella monnezza di Napoli (da "La Repubblica")

    L'anima perduta nella monnezza di Napoli!

    NIENTE è cambiato. Si è tentato - tardi, tardissimo - ma non si è risolto nulla. L'esercito, i volontari, la pazienza e le proteste. Ma tutto versa nello stesso stato di prima. O quasi. Il centro e le piazze vengono salvati, si cerca di non farli soffocare dai sacchetti. E nella scelta dei luoghi in cui raccoglierli emerge la differenza fra le zone e le città. Zone dove conviene pulire per evitare che turisti e telecamere arrivino facilmente, strade dove vivono professionisti e assessori. E invece altre dove la spazzatura può continuare ad accumularsi. Tanto lì la monnezza non va in prima pagina. I paesi divengono discariche di fatto. Tutta la provincia è un'ininterrotta distesa di sacchetti. E la rabbia aumenta. Spazzatura ai lati delle strade, o che si gonfia in collinette multicolori fuori dai portoni, dove sono apparse scritte come "non depositare qui sennò non si riesce più a bussare". Niente è cambiato se non l'attenzione. Dalla prima pagina alle cronache locali.
    Lentamente tutto questo rischia di divenire abituale, ordinario: la solita monnezza, parte del folklore napoletano, quotidiana come lo scippo, il lungomare e la nostalgia per Maradona. E invece qui è tragedia. Spazzatura ovunque, discariche satolle, gonfie, marce. Camion stracolmi, in fila. Proteste. E poi dibattiti, indagini, dimissioni, e colpevoli, ecologisti, camorristi, politici, esperti. Maggioranze e opposizioni e cadute di governo. Ma la monnezza resiste a tutto. E continua ad aumentare. La spostano dal centro alla periferia, la spediscono fuori città, qualcosa fuori regione. Però non basta mai, perché quella si riforma, si accumula di nuovo. Tutti pronti a parlare, in un'orchestra che emette suoni talmente confusi da divenire indecifrabili come il silenzio.
    Certo risulta difficile credere che se Roma, Firenze, Milano o Venezia si fossero trovate in una situazione simile avrebbero continuato a far marcire i sacchetti nelle loro piazze, a tenersi strade bordate di pannolini e bucce di banana, a lasciar invadere l'aria dall'odore putrescente degli scarti di pesce. Difficile immaginare che in una di queste città la notte girino camion che gettano calce sopra ai cumuli per evitare che le infezioni dilaghino e soprattutto che vengano incendiati. Il rinascimento napoletano finisce così, coperto di calce. Si sbandierava la rivincita della cultura, ma sotto il tappeto delle mostre, dei convegni e delle parole illuminate le contraddizioni erano pronte a esplodere. Non c'erano solo stuoli di progetti culturali e promozionali per il turismo. Negli ultimi cinque anni sono spuntati in un'area di meno di 15 km enormi centri commerciali. Prima il più grande del Sud Italia nel casertano, poi il più grande di tutt'Italia, poi il più grande d'Europa e da poco uno tra i più grandi al mondo: un'area complessiva di 200.000 mq, con 80 negozi di brand nazionali e internazionali, un ipermercato, 25 ristoranti e bar, una multisala cinematografica con 11 schermi e 2500 posti a sedere.

    Ultimo arrivato, a Nola, il Vulcano Buono progettato da Renzo Piano che ha tratto spunto dall'icona napoletana per antonomasia: il Vesuvio. Una collina artificiale, un'escrescenza del suolo che segue le uniche e sinuose forme del vulcano. Alta 40 metri e con un diametro di oltre 170, un complesso di 150 mila metri quadri coperti e 450 mila in tutto. Si costruiscono centri commerciali come unico modo di far girare soldi. Quali soldi? Le stime dell'Istat segnalano che la Campania cresce meno del resto d'Italia. La regione è mortificata nei settori dell'agricoltura e dell'industria e incapace di compiere il salto di qualità nel comparto dei servizi.
    E per quanto riguarda il valore aggiunto pro capite, se la media nazionale s'attesta a 21.806 euro per abitante, al Sud non supera quota 14.528. Keynes diceva che quando l'accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose non vadano bene. Riguardo il nostro paese bisognerebbe sostituire al termine casinò la parola centro commerciale. Così rimangono, tra queste cattedrali di luci e cemento, gli interrogativi di sempre. Perché a Napoli c'è tutta questa spazzatura? Come è possibile quando cose del genere non accadono a Città del Messico e nemmeno a Calcutta o a Giakarta? È incomprensibile. Bisogna quindi essere didascalici. Perché le discariche napoletane sono piene? Semplice. Sono state usate male, malissimo. Sversandoci dentro di tutto, senza controllo.
    Chi gestiva le discariche non rispettava i limiti, né le regole riguardo alle tipologie. Somiglianti più a buche fatte male che a strutture per lo sversamento, le discariche si riempivano di percolato divenendo laghi ricolmi di un frullato di schifezze, fogne a cielo a aperto. E così si sono riempite presto, e non solo di rifiuti urbani. Scavare crateri enormi, portare giù il camion e poi, uscito il conducente, saldare le porte del tir e sotterrare: era un classico. Un modo per non toccare i rifiuti nemmeno con un dito. Il tutto dava un guadagno talmente alto da poter sacrificare, intombandoli, interi tir. A Pianura, racconta la gente, c'è persino una carcassa di balena, e a Parete pacchi e pacchi di vecchie lire.

    Ma perché i cittadini si ribellano alla riapertura delle discariche? Perché sembrano così folli da preferire i sacchetti che da circa due mesi hanno davanti a casa? Perché temono che insieme a quelli che dovrebbero essere solo rifiuti solidi urbani invece arrivino anche i veleni. Eppure ricevono le massime garanzie che la loro situazione non peggiorerà. Ma da chi le ricevono? Da coloro di cui non si fidano più. Da coloro che hanno sempre appaltato lo smaltimento a ditte colluse, a uomini imposti dai clan di camorra. E chi deciderà quindi davvero la sorte dei rifiuti? Come sempre i clan.
    A loro non ci si può ribellare. Ma siccome allo Stato invece sì, spesso contando su una buona dose di pazienza dei reparti antisommossa, si fa ostruzione alle sue decisioni perché non accada poi che si inneschino i consueti accordi. Si preferisce rinunciare persino agli aiuti economici destinati a chi vive nei pressi della discarica, piuttosto che correre il rischio di finire marci di cancro per qualche sostanza intombata di nascosto. Certo, tra i manifestanti ci sono anche i ragazzotti dei clan pagati 100 euro al giorno per far chiasso, bloccare strade, saper lanciare porfido e caricare. Ma loro rendono soltanto esasperate paure che invece sobbollono in tutti. E le rendono isteriche perché più spazzatura ci sarà, meno controlli ci saranno per le ditte pagate per raccoglierla e più l'uso dei macchinari in mano ai clan sarà abbondante.
    E più le discariche saranno bloccate, meglio si potranno infiltrare camion colmi di rifiuti speciali da nascondere mentre quelli bloccati fuori fanno da copertura. E i consorzi e la politica? I consorzi che gestivano i rifiuti lo facevano per conto di imprenditori e boss, mentre la responsabilità della politica locale e nazionale stava nella solita logica di non affidare posti a chi aveva competenze tecniche, bensì ai soliti personaggi con il solo requisito di essere in quota ai partiti. Quanti posti di lavoro distribuiti in periodi preelettorali, in strutture dove la raccolta dei rifiuti o la differenziata rappresentavano puramente un alibi. Perché non si è fatto nulla? Perché l'emergenza fa arrivare soldi a tutti. E quindi di emergenza si vive.
    Finita l'emergenza, finiti i soldi. Bisognava forse ribellarsi anche nei giorni in cui i clan prendevano terre. E il termovalorizzatore di Acerra su cui tanto si discute, che per anni non è stato costruito e ora lentamente sta per realizzarsi? Quel genere di impianto non è dannoso, dichiarano gli oncologi, al centro di Vienna uno simile è persino divenuto un palazzo prestigioso. Certo. Ma in un territorio dove l'indice di mortalità per cancro svetta al 38.4%, chi rassicura la gente che negli impianti verrà bruciato solo quel che si deve? Quale politica saprà mantenere la promessa di massimo controllo in una terra che è stata definita la Cernobyl d'Italia? Il centrosinistra ha creduto di essere immune dalle infiltrazioni camorristiche perché la questione camorra riguardava l'altra parte. Ma non era così. Le porte dei circoli della sinistra si sono aperte ai clan mai come in questi ultimi anni.

    E il crimine è stato percepito come un male naturale, fisiologico. La politica ha continuato a presentarsi sempre più come qualcosa di indistinto con l'affare e il crimine. Destra e sinistra uguali, basta mangiare. Il qualunquismo italiano forse non è mai stato così sostenuto dall'esperienza. E oggi occupano, bloccano, non collaborano perché non si fidano più di nessuno. Non c'è altro da dire e da fare. Togliere, togliere la monnezza subito. Non si può più aspettare. Togliere e poi capire chi ha ridotto così questa terra e accorgersi che i meccanismi che qui hanno portato allo scempio totale sono gli stessi che governano in modo meno mostruosamente suicida l'intero paese. In questi giorni mi è venuta in mente una scena di un racconto di Salamov, forse il più grande narratore dell'aberrazione del potere totalitario. Quando i soldati sovietici misero in isolamento alcuni prigionieri del gulag, tutti invalidi tranne Salamov, pretesero che consegnassero le loro protesi: busti, dentiere, occhi di vetro, gambe di legno. A Salamov che non ne aveva, il soldato, scherzando, chiese: "E tu che ci consegni? L'anima?". "No, l'anima non ve la do" rispose. Prese una punizione durissima per aver difeso qualcosa che fino ad allora credeva inesistente. Questo è il momento di capire se ancora abbiamo un'anima, e non farcela togliere come una gamba di legno. Non consegnarla. Prima che non ci restino che protesi.

    La Repubblica

     

    2 Giugno: Festa della Repubblica Italiana

             Festa della Repubblica Italiana!

     

    La Francia festeggia il 14 luglio la Presa della Bastiglia, gli Stati Uniti il 4 luglio l’Independence Day; per l’Italia la Festa Nazionale arriva il 2 giugno. Dopo alcuni decenni di abbandono, fu resa nuovamente giorno festivo nel 2000 su iniziativa del secondo governo Amato per impulso, principalmente, dell'allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Di fatto è la principale festa nazionale civile italiana.
    In questa data si ricorda il referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 con il quale gli italiani furono chiamati a scegliere la futura forma di governo, nel ballottaggio monarchico-repubblicano.
    La Monarchia ricevette 10.719.284 preferenze; con 12.717.923 voti a favore era nata la Repubblica Italiana!
    Sofferta la vittoria repubblicana, che ottenne al Centro-Nord un buon 63%, mentre al Sud vinse la Monarchia con il 67% dei voti.
    Al voto di Ravenna, la città più repubblicana (91,2%) si contrapponeva l’85,4% monarchico di Messina.
    Comunque su scala nazionale la sconfitta monarchica provocò l’esilio dei regnanti di Casa Savoia, che sono tornati in Italia solo nel 2003, dopo 57 anni d’esilio.
    Importante aggiungere che per l’occasione si ebbe la prima tornata elettorale italiana a vero suffragio universale: finalmente anche le donne andarono alle urne.
    Nel giugno 1948 ai Fori Imperiali di Roma si svolse la parata militare in onore della Repubblica.
    Nel 1961, centenario dell’Unità, le celebrazioni si svolsero anche a Torino e Firenze, prime capitali dell’Italia unita.
    Tutt’oggi la Festa della Repubblica prevede la deposizione di una corona d'alloro al Milite Ignoto presso l’Altare della Patria a Roma (il Vittoriano) e una parata militare ai Fori Imperiali alla presenza delle più alte cariche dello Stato.
    Nel pomeriggio vengono aperti al pubblico i giardini del Palazzo del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica Italiana.
    La giornata del 2 giugno di recente è diventata anche Giornata Nazionale dello Sport.
    La Festa della Repubblica è l’occasione per rivisitare i simboli della nostra Patria.
    Lo stemma della Repubblica, ad esempio, è formato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, un ramo di ulivo a sinistra e uno di quercia a destra.
    La stella è da sempre uno degli emblemi d’Italia, già nell’iconografia del Rinascimento. Il simbolo della stella indica tra l’altro l’appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese.
    La ruota dentata d’acciaio è il simbolo dell’attività lavorativa e traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

    Arriviamo ai ramoscelli, ai quali raramente si presta attenzione.
    Sono due differenti presenze arboree nostrane. Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia interna che internazionale, mentre la quercia incarna la forza e la dignità del popolo italiano.
    Del Tricolore, bisogna ricordare che, come bandiera nazionale, nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, nell’ambito della Repubblica Cispadana.

    La foggia a tre fasce verticali si ispira al modello repubblicano francese del 1790.
    Proprio i vessilli dei reggimenti della Legione Lombarda che affiancavano le truppe napoleoniche presentavano i colori bianco, rosso e verde, di forte radice regionale: il bianco e il rosso, sono nello stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verde era il colore delle uniformi della Guardia civica milanese.
    Sotto il Regno d’Italia si aggiunse in campo bianco lo stemma della corona reale.
    Lo stemma, ma questa volta della Repubblica, campeggia invece nel vessillo ideato per il Presidente della Repubblica.

     

     

    NON LASCIARTI ANDARE!

    Questo post e' dedicato a tutte le persone in difficolta', nonche' a tutti coloro che sentono di aver imboccato una strada apparentemente senza via di uscita... Questo post e' per voi!

     

    Ci sono fasi della vita nelle quali puoi arrivare a credere per disperazione che il tunnel nel quale sei scivolato non abbia fine. Ti senti in trappola, saresti pronto a buttarti dalla finestra se solo riuscissi ad abbattere le sbarre che la proteggono.
    In momenti come questi il senso di un destino avverso e ineluttabile ti pervade; la tua mente e’ alla frenetica ricerca di un qualunque barlume di luce che possa indicare una via di uscita, eppure sembra non riuscire a trovare nulla.
    Ho imparato che momenti come questi possono o meno averla una via di uscita.

     


     

    Se la via c’e’, in genere la conosciamo bene ma facciamo finta di non vederla; non ascoltiamo la nostra stessa voce perche’ vorrebbe dire ammettere che dipende da noi: dobbiamo muoverci, assumerci la responsabilita’ di uscire dalla nostra rassicurante – ma dolorosa - inerzia e andare verso un destino sconosciuto, ma che sentiamo essere inevitabile. Se la via non c’e’ o, meglio, non c’e’ ancora, allora non puoi fare altro che resistere in attesa che la tempesta passi, aggrappato a quella vocina che sicuramente ti sta dicendo che ne uscirai, che perfino questo momento disperato avra’ fine, non importa quanto ci mettera’.
    Se saprai stare in ascolto, coglierai quando quel senso di oppressione iniziera’ a mollare la presa e, in quel preciso momento, non dovrai esitare: dovrai muoverti. Ributtati nella vita! La vita e il movimento (non solo in senso fisico, anche se pure quello aiuta) sono la migliore medicina per uscire dagli stati di impantanamento. Non subito forse, nel momento di sofferenza acuta forse non riuscirai a trovare terreno abbastanza solido da muovere quel primo passo, ma non appena sentirai che puoi farlo… fallo!
    E quando ricadrai, perche’ quello che starai percorrendo sara’ all’inizio un terreno impervio, rialzati e fai un altro passo. Ti sembrera’ di essere tornato al primo passo che avevi gia’ fatto, ma non e’ cosi’: quello sara’ gia’ il secondo passo… e poi ne seguira’ un altro ed un altro ancora, fino a quando, un giorno, voltandoti indietro, ti accorgerai all’improvviso di quanta strada avrai fatto e di come quella sofferenza sia ormai lontana.

     

     

    Ci sono cose nella vita che possono essere materialmente cambiate. Allora dobbiamo smettere gli indugi ed agire per farlo. Altre possono essere solo accettate. Allora sara’ il tuo animo a dover e poter cambiare, reinquadra la situazione: e’ davvero cosi’ limitante cosa non puoi cambiare? Non puoi comunque vivere di altro? Davvero non c’e’ nulla di bello per cui valga la pena di tornare a sorridere?
    Forse sei tu che in questo momento non hai occhi per vederlo. Ma sono sicuro che c’e’. Ci sono persone, in condizioni fisiche terribili, che non si sono arrese, che sono tornate a vivere.
    Davvero non puoi farlo anche tu?
    Non importa cosa hai fatto finora, il tuo passato, i tuoi presunti errori, le condizioni dalle quali parti, gli strumenti che hai a disposizione, ne’ il punto dove potrai arrivare…

    Muoviti, non lasciarti andare!

    FESTA DELLA MAMMA

                   Festa della mamma

    La festa della mamma è una ricorrenza civile diffusa in tutto il mondo. In Italia cadeva regolarmente l'8 maggio, fin quando non si decise di fissarla alla seconda domenica di maggio. Costituisce una festa molto antica, legata al culto delle divinità della fertilità degli antichi popoli politeisti, che veniva celebrato proprio nel periodo dell'anno in cui il passaggio della natura dal freddo e statico inverno al pieno dell'estate dei profumi e dei colori (e della prosperità nelle antiche civiltà contadine) era più evidente. Con l'andare del tempo questa festività dal tono religioso si è evoluta in festa, talvolta anche in sagra. Negli Stati Uniti nel maggio 1870, Julia Ward Howe, attivista pacifista e abolizionista (della schiavitù), propose di fatto l'istituzione del Mother's Day (Giorno della madre), come momento di riflessione contro la guerra. Fu ufficializzata nel 1914 dal presidente Woodrow Wilson con la delibera del Congresso di festeggiarla la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e gratitudine er le madri e speranza per la pace. La festa si è diffusa in molti Paesi del mondo, ma cambiano le date in cui è festeggiata. In Italia fu celebrata per la prima volta nel 1957 da don Otello Migliosi ad Assisi, nel piccolo borgo di Tordibetto di cui era parroco. Migliosi la celebrò la seconda domenica di Maggio. In molti Paesi la ricorrenza è stata imitata dalla civiltà occidentale: in Africa, ad esempio, alcuni Stati istituirono la festa della mamma ispirandosi al concetto britannico della stessa.

    1° MAGGIO: Festa Dei Lavoratori

             Primo Maggio, festa del lavoro!

    STORIA DEL 1° MAGGIO

    Il 1° Maggio nasce come momento di lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né tanto meno sociali, per affermare i propri diritti, per raggiungere obiettivi, per migliorare la propria condizione.
    "Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire" fu la parola d'ordine, coniata in Australia nel 1855, e condivisa da gran parte del movimento sindacale organizzato del primo Novecento. Si aprì così la strada a rivendicazioni generali e alla ricerca di un giorno, il primo Maggio, appunto, in cui tutti i lavoratori potessero incontrarsi per esercitare una forma di lotta e per affermare la propria autonomia e indipendenza.
    La storia del primo Maggio rappresenta, oggi, il segno delle trasformazioni che hanno caratterizzato i flussi politici e sociali all'interno del movimento operaio dalla fine del secolo scorso in poi.

     

    Le origini

    Dal congresso dell'Associazione internazionale dei lavoratori - la Prima Internazionale - riunito a Ginevra nel settembre 1866, scaturì una proposta concreta: "otto ore come limite legale dell'attività lavorativa".
    A sviluppare un grande movimento di lotta sulla questione delle otto ore furono soprattutto le organizzazioni dei lavoratori statunitensi. Lo Stato dell'Illinois, nel 1866, approvò una legge che introduceva la giornata lavorativa di otto ore, ma con limitazioni tali da impedirne l'estesa ed effettiva applicazione. L'entrata in vigore della legge era stata fissata per il 1 Maggio 1867 e per quel giorno venne organizzata a Chicago una grande manifestazione. Diecimila lavoratori diedero vita al più grande corteo mai visto per le strade della città americana.
    Nell'ottobre del 1884 la Federation of Organized Trades and Labour Unions indicò nel 1 Maggio 1886 la data limite, a partire dalla quale gli operai americani si sarebbero rifiutati di lavorare più di otto ore al giorno.

     

    1886: I "martiri di Chicago"

    Il 1 Maggio 1886 cadeva di sabato, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila. Tutto si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni proseguirono e nelle principali città industriali americane la tensione si fece sempre più acuta. Il lunedì la polizia fece fuoco contro i dimostranti radunati davanti ad una fabbrica per protestare contro i licenziamenti, provocando quattro morti. Per protesta fu indetta una manifestazione per il giorno dopo, durante la quale, mentre la polizia si avvicinava al palco degli oratori per interrompere il comizio, fu lanciata una bomba. I poliziotti aprirono il fuoco sulla folla. Alla fine si contarono otto morti e numerosi feriti. Il giorno dopo a Milwaukee la polizia sparò contro i manifestanti (operai polacchi) provocando nove vittime. Una feroce ondata repressiva si abbatté contro le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori, le cui sedi furono devastate e chiuse e i cui dirigenti vennero arrestati. Per i fatti di Chicago furono condannati a morte otto noti esponenti anarchici malgrado non ci fossero prove della loro partecipazione all'attentato. Due di loro ebbero la pena commutata in ergastolo, uno venne trovato morto in cella, gli altri quattro furono impiccati in carcere l'11 novembre 1887. Il ricordo dei "martiri di Chicago" era diventato simbolo di lotta per le otto ore e riviveva nella giornata ad essa dedicata: il 1 Maggio.

     

    1890: 1 maggio, per la prima volta manifestazione simultanea in tutto il mondo

    Il 20 luglio 1889 il congresso costitutivo della Seconda Internazionale, riunito a Parigi, decise che "una grande manifestazione sarebbe stata organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente i tutti i paesi e in tute le città, i lavoratori avrebbero chiesto alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore".
    La scelta cadde sul primo Maggio dell'anno successivo, appunto per il valore simbolico che quella giornata aveva assunto.
    In Italia come negli altri Paesi il grande successo del 1 Maggio, concepita come manifestazione straordinaria e unica, indusse le organizzazioni operaie e socialiste a rinnovare l'evento anche per 1891.
    Nella capitale la manifestazione era stata convocata in pazza Santa Croce in Gerusalemme, nel pressi di S.Giovanni. La tensione era alta, ci furono tumulti che provocarono diversi morti e feriti e centinaia di arresti tra i manifestanti.
    Nel resto d'Italia e del mondo la replica del 1 Maggio ebbe uno svolgimento più tranquillo. Lo spirito di quella giornata si stava radicando nelle coscienze dei lavoratori.

     

    1891: la festa dei lavoratori diventa permanente

    Nell'agosto del 1891 il II congresso dell'Internazionale, riunito a Bruxelles, assunse la decisione di rendere permanente la ricorrenza. D'ora in avanti il 1 Maggio sarebbe stato la "festa dei lavoratori di tutti i paesi, nella quale i lavoratori dovevano manifestare la comunanza delle loro rivendicazioni e della loro solidarietà".

     

    Il primo maggio durante il fascismo

    Nel nostro Paese il fascismo decise la soppressione del 1 Maggio, che durante il ventennio fu fatto coincidere il con la celebrazione del 21 aprile, il cosiddetto Natale di Roma. Mentre la festa del lavoro assume una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse (dal garofano rosso all'occhiello, alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alla riunione in osteria) l'opposizione al regime. Il 1 Maggio tornò a celebrarsi nel 1945, sei giorno dopo la liberazione dell'Italia. 1947: L'eccidio di Portella della Ginestra

    La pagina più sanguinosa della festa del lavoro venne scritta nel 1947 a Portella della Ginestra, dove circa duemila persone del movimento contadino si erano date appuntamento per festeggiare la fine della dittatura e il ripristino delle libertà, mentre cadevano i secolari privilegi di pochi, dopo anni di sottomissione a un potere feudale. La banda Giuliano fece fuoco tra la folla, provocando undici morti e oltre cinquanta feriti. La Cgil proclamò lo sciopero generale e puntò il dito contro "la volontà dei latifondisti siciliani di soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori".
    La strage di Portella delle Ginestre, secondo l'allora ministro dell'Interno, Mario Scelba, chiamato a rispondere davanti all'Assemblea Costituente, non fu un delitto politico. Ma nel 1949 il bandito Giuliano scrisse una lettera ai giornali e alla polizia per rivendicare lo scopo politico della sua strage. Il 14 luglio 1950 il bandito fu ucciso dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, il quale a sua volta fu avvelenato in carcere il 9 febbraio del 1954 dopo aver pronunciato clamorose rivelazioni sui mandanti della strage di Portella.

     

    Il primo Maggio oggi

    Le profonde trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini, la progressiva omogeneizzazione delle abitudini hanno profondamente cambiato il significato di una ricorrenza che aveva sempre esaltato la distinzione della classe operaia. Il modo di celebrare il 1 maggio è quindi cambiato nel corso degli anni.
    Da diversi anni Cgil, Cisl, Uil hanno scelto di celebrare la giornata del 1 Maggio promovendo una manifestazione nazionale dedicata ad uno specifico tema. E' diventato un appuntamento anche il tradizionale concerto rock che i sindacati confederali organizzano in piazza San Giovanni a Roma!